venerdì 27 gennaio 2012

daniel buren

                                  Peinture acrylique blanche sur tissu rayé blanc et bleu 1974

martedì 24 gennaio 2012

cretino


 
Cretino. Colossale cretino. Totalmente e irrimediabimente cretino. Cretino astrale. Cretinissimo. Monumentale cretino. Capolavoro di cretinismo assoluto. Cretinissimamente superlativo. Talentuosissimo cretino. Magistralmente cretino. Cretino, cretino, cretino, mille volte mille cretino. Ma che dico, diecimila, un milione, un miliardo di volte cretino. Cretino senza speranza. Neanche un miracolo potrebbe estirpare il cretinismo dalle mie cellule, dove impera senza tregua , prospera, dilaga, figlia e si moltiplica, inesorabilmente puntuale. Perchè proprio a me è toccata questa sorte. Essere un cretino così perfetto, senza il più piccolo errore. Che responsabilità enorme per un povero cretino.
P.

mercoledì 18 gennaio 2012

per fare un disegno

Per fare un disegno, bisogna appoggiare saldamente i piedi a terra. Anche per prendere a pugni qualcuno. Ovviamente, è il requisito base per farlo con un certo stile. In entrambi i casi si rischia di farsi prendere la mano e di conseguenza di perdere la testa. Il risultato è la volgarità. Certi disegni, che ci mostrano unicamente la bravura del disegnatore senza lasciar parlare il disegno, sono irrimidiabilmente volgari, come risse da strada. Anzi, quest'ultime hanno almeno il vantaggio di lasciare segni solo sulla faccia dei contendenti.
Anche per diventare un buddha bisogna appoggiare saldamente i piedi a terra. Ma questo è un altro discorso.
Jean de la Vigne
(1-2 enzo cucchi " il vesuvio è il padre di tutte le nuvole del mondo" -  3 enzo cucchi "terre d'uomo"- 4 mohamed alì- 5 Buddha in meditazione

venerdì 6 gennaio 2012

il cuoco e la lepre

Un cuoco molto bravo come cuoco, diceva spesso che alla lepre piace un mucchio la polenta. Un giorno che la lepre era parecchio nervosa per problemi molto personali, si stufò di questa diceria che era stata messa in giro da questo cuoco (molto bravo per altro). Così aspettò il momento giusto poi fece un bello sgambetto al cuoco ( che continuava ad essere molto bravo). Il cuoco che, guarda caso, aveva proprio cucinato una bella polenta, inciampò e la rovesciò tutta sul pavimento. La lepre dalla soddisfazione si mangiò tutta la polenta e la trovò squisita. D'altronde il cuoco era veramente molto bravo e a quanto pare anche sincero.

domenica 18 dicembre 2011

grande circo moscardini (tre)


Nel Grande Circo Moscardini, si entrava in punta di piedi, facendo molta attenzione a non schiacciare quelli degli altri. Il Grande Circo Moscardini infatti era piccino piccino, talmente piccino che se si moltiplicavano sette spettatori per tre c'era già il tutto esaurito, anche se il nome sembrava indicare proprio il contrario. Era grande però il suo fondatore: Gino Moscardini. Il più grande mangiatore di polpette al sugo del suo tempo. Ben novantacinque polpette triturate, risucchiate, disintegrate, ingollate, smascellate, in un solo minuto. E senza lasciarne una sola briciola. Il tutto finiva in una enorme pancia a malapena contenuta in una abbondantissima camicia e da un gigantesco paio di pantaloni sostenuti da due bretelle rosse, tese al punto che sembravano pronte a schiantarsi da un momento all'altro. Un giorno, stanco di sfide tra divoratori di polpette, polli arrostiti, panini al salame e uova alla cocca, a Gino Moscardini venne voglia di diventare un grande artista. Ma siccome soffriva parecchio la solitudine e diventava triste quando doveva mangiare tutto solo, creò dal nulla un circo. Ma Gino Moscardini non si accontentava facilmente, così una notte di un Natale oramai lontano, nacque il Grande Circo Moscardini. Un circo un po' speciale.


lunedì 5 dicembre 2011

racconto di natale

Un’altra storia di vetrine natalizie. Quasi ogni mattina faccio colazione nello stesso locale e questa mattina un uomo stava decorando le finestre con disegni natalizi. Un pupazzo di neve. Fiocchi di neve. Campane. Babbo Natale. Se ne stava sul marciapiede, dipingendo nel freddo gelido, col fiato fumante, alternando pennellate e rullate di differenti colori. Nel locale, i clienti e i camerieri lo osservavano stendere vernice rossa, bianca e blu al di fuori delle grandi finestre. Dietro di lui la pioggia intanto era diventata neve, spinta di traverso dal vento. I capelli del pittore erano di tutte le sfumature di grigio e la sua faccia pigra e rugosa come il culo vuoto dei suoi jeans. Tra un colore e un altro, si fermava a bere qualcosa da un bicchiere di carta. Qualcuno, guardandolo dall’interno, disse – tra un uovo e un toast – che era triste. Probabilmente, disse questo cliente, l’uomo era un artista fallito. Probabilmente c’era del whisky dentro il bicchiere. Probabilmente aveva lo studio pieno di dipinti mal riusciti e ora per vivere faceva decorazioni per ristoranti da quattro soldi e vetrine di alimentari. Davvero triste, triste, triste. Questo pittore continuava a mettere i colori. Prima tutto il bianco “neve”. Poi qualche passata di rosso e verde. Poi qualche linea che dava forma ai colori in calze natalizie e alberi. Un cameriere che girava fra i tavoli versando caffè alle persone, disse: “È così preciso. Vorrei saperlo fare anch’io…”. E per quanto potessimo provare invidia o compassione per quel tizio nel freddo, lui continuava a dipingere. Aggiungendo dettagli e strati di colore. E non so quando accadde, ma a un certo punto lui non c’era più. Le immagini stesse erano così ricche, riempivano la vetrina così bene, i colori erano così vividi, che il pittore se ne andò. Che fosse un fallito o un eroe. Sparì, andato chissà dove e tutto ciò che vedevamo era il suo lavoro.
Chuck Palahniuk    (archivio caltari)

domenica 4 dicembre 2011

quesito pre-natalizio

Dalle mie parti, per Natale, non si usa mangiare il panettone. Nemmeno il pandolce e tanto meno il pandoro. Torroni, datteri, canditi e frutta secca sono banditi. Non solo nella mia povera famiglia, ma proprio dappertutto. La vigilia, al cenone e nel dopo cenone, il dolce natalizio per eccellenza è sempre stato il ghiacciolo. Per quanto mi ricordi è sempre stato così e non saprei spiegare il perchè e il percome. Soprattutto il ghiacciolo rosso, al gusto di lampone (credo), quello colorato col potentissimo E124. D'estate non vogliamo neanche sentirlo l'odore dei ghiaccioli.  Aspettiamo ansiosi le feste per mangiarne a volontà. Io sono sempre stato tormentato da un dubbio che non mi ha mai abbandonato, anche ora che sono grande. Il ghiacciolo è meglio aggredirlo a morsi con quella scossa tra il piacevole e il doloroso che si riceve sui denti, oppure succhiarne il succo colorato e ultra-zuccherino sino a lasciare il ghiaccio esausto e anemico al suo inevitabile destino? In entrambi i casi, quale che sia il metodo preferito, è bello guardarsi la lingua a operazione conclusa: di un bel rosso vermiglio E124. Molto natalizio.